il Mediario, educazione ai media 09 febbraio 2010  
ilMediario.it > Speciale > Speciale e Dintorni

Inter-azione con Isabella Baroni
Dalla parte degli utenti: progettare l'usabilità
Integrare l’usabilità nel processo stesso di progettazione può essere un modo per rispondere alla complessità crescente del nostro "ambiente tecnologico". Ma occorre partire dall'osservazione degli utenti.

Un luogo comune vede usabilità ed estetica (intesa come attenzione per l'aspetto di un oggetto, per esempio un sito web) come polarità opposte. Gli esperti di usabilità sarebbero i principali "nemici" di grafici e designer. Ma si tratta davvero di due aspetti difficilmente conciliabili, o siamo di fronte a un malinteso? Il buon designer dovrebbe avere un occhio di riguardo per la funzionalità degli oggetti...
Il dibattito tra creatività e usabilità - che credo superato - si basa su una dicotomia senza senso. Non è scopo dell’usabilità contrapporsi all’estetica o negare l’importanza di questo tipo di esperienza. Il valore dell’usabilità mi sembra altrove: pone un problema di progettazione.
Giulio Carlo Argan, uno dei maggiori storici italiani dell’arte del XX secolo, più di quarant’anni fa scrisse pagine che oggi a me sembrano di un'attualità sorprendente sulla possibilità di far coincidere - proprio nel design - la ricerca estetica con la metodologia progettuale.

Come si può definire l'usabilità in ambito web, e in cosa si differenzia dall'accessibilità?
L’usabilità in ambito web riguarda la facilità di utilizzo di un prodotto informatico. Mentre la definizione ISO di usabilità indica un limite di applicabilità (parla di specifici utenti e di contesti definiti a cui fare riferimento), l’accessibilità riguarda tutti gli utenti, o comunque il maggior numero possibile, ai quali deve essere consentito accedere a un sito indipendentemente dal dispositivo utilizzato: quindi indipendentemente dal sistema di input (tastiera, mouse, sistemi di puntamento, voce, etc.) e output (monitor, audio, etc.) utilizzati. Questi sistemi sono comunemente usati da persone diversamente abili e per questo motivo l’accessibilità viene - in maniera erronea - associata a un concetto di disabilità.
Un’altra differenza riguarda le metodologie utilizzate: l’usabilità si avvale di metodi empirici (principalmente test con gli utenti), mentre nel caso dell’accessibilità è possibile utilizzare strumenti automatici (che siano di supporto alla valutazione, che deve comunque essere effettuata da esperti). In quest’ultimo caso infatti si tratta perlopiù di problemi riconducibili a questioni di codice.
Se queste sono le differenze sostanziali, non appena si cerca di tracciare un confine netto tra usabilità e accessibilità la questione diventa immediatamente più complessa. Su alcuni argomenti - è vero che una risorsa online può essere considerata usabile ma non accessibile (e viceversa)? L’usabilità può essere considerata un prerequisito dell’accessibilità, o è vero il contrario? - non si è fatta ancora la necessaria chiarezza.

Quanto conta l'usabilità nella sua valutazione di un sito? Trova che l'attenzione per questo aspetto della progettazione sia cresciuto in Italia negli ultimi anni?
Piuttosto che valutarla a posteriori, è necessario pensare (e integrare) l’usabilità nel processo stesso di progettazione, soprattutto perché prevede non tanto un metodo quanto un ciclo iterativo di continue verifiche e successive modifiche. La valutazione a posteriori, quindi, può aver senso solo per il contributo concreto che può portare al processo di design, e deve essere chiaro che il suo fine non è quello di fornire un giudizio di qualità del prodotto, ma di aiutare concretamente nella risoluzione di problemi di interazione.
Per quel che riguarda l’attenzione all’usabilità, negli ultimi 2/3 anni sono stati pubblicati e/o tradotti alcuni testi dedicati all’usabilità, sono sorte mailing list specializzate e diversi siti di riferimento. Se ne parla molto, ma non credo che pratica e dibattito siano sempre allineati.
Una spinta forte probabilmente potrà essere impressa - anche se indirettamente - dal disegno di legge sull’accessibilità che attualmente è in via di approvazione al Senato.

(la legge in questione è stata poi approvata in via definitiva, si veda l'articolo sul sito del Parlamento NdR)

L'usabilità ha a che fare con l'organizzazione dei contenuti, ma anche con la progettazione dei dispositivi con cui interagiamo quotidianamente, e delle loro interfacce. A me pare che difficilmente un utente sia in grado di sfruttare un computer o un telefono cellulare per più della metà delle sue funzioni. A chi dovrebbe competere oggi questa "alfabetizzazione tecnologica", in una società che riempie sempre più le case di strumenti, salvo poi delegare le spiegazioni a manuali d'istruzioni che pochi si prendono la briga di leggere?
L’usabilità ha a che fare con la progettazione dei dispositivi e delle interfacce e vorrebbe proprio offrire una risposta al "disagio tecnologico" creato da questa crescente complessità di oggetti tecnologici e di funzioni.
In questo senso la questione che hai posto andrebbe rovesciata: il problema non è nella nostra incapacità di sfruttare tutte le funzioni di un computer o di un telefono cellulare, quanto in un "deficit" di progettazione. L’esperienza dei test di usabilità con gli utenti dimostra in maniera sorprendente che l’errore quasi sempre è un errore di progettazione del sistema: semplicemente, quel determinato modo d’uso non era stato previsto in fase di progettazione.
É sorprendente notare come, durante i test, le persone (soprattutto se con un grado di alfabetizzazione informatica basso) tendono a colpevolizzare se stesse, attribuendo eventuali errori o difficoltà unicamente alla propria "incapacità". In questo senso osservare gli utenti e capire quali sono le loro difficoltà mi sembra un punto di partenza fondamentale.

Alla base dell'ideale di trasparenza delle tecnologie sta il tentativo di semplificare sempre più l'uso dei dispositivi: l'importante sembra essere che l'utente "impari" in fretta. Operazioni una volta complesse divengono semplici e standardizzate, la trasparenza si configura, in realtà, come un progressivo aumento di opacità, e gli utenti pagano la semplicità d'uso con la perdita di controllo su molte operazioni. É d'accordo? E vede dei rischi in questo processo?
La "semplificazione" in gioco non è una questione di espressività del tipo di comunicazione che passa attraverso questi strumenti tecnologici, ma una questione di accesso e di interazione. In questo senso un sito usabile dovrebbe essere in grado di massimizzare la nostra capacità (e quindi possibilità) di accedere ai contenuti che veicola, e non il contrario.
Mi sembra che i risultati dei test di usabilità a cui ho avuto la possibilità di assistere siano sempre stati espliciti su una necessità: rendere il sistema più - e non meno! - flessibile per supportare i diversi modi di utilizzo.
Se la maggior parte dei siti web sono tutto sommato piuttosto "convenzionali", credo sia necessario riflettere sul fatto che le metodologie sino ad ora proposte sono focalizzate sull’interfaccia visiva piuttosto che sull’architettura ipertestuale, le cui potenzialità come strumento di comunicazione forse non sono state ancora esplorate.


BIOGRAFIA

Isabella Baroni è laureata in storia dell'arte contemporanea all'Università di Roma La Sapienza. Attualmente si occupa di ideazione, creazione e adattamento di contenuti per il web e soprattutto di usabilità e accessibilità di interfacce web. Collabora con Buongiorno.it e lavora come usability consultant per Babel e Sol-tec.
a cura di Nicola Grassini