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Media Education
Un viaggio nella media education
Leggere il mondo
(versione stampabile)
Il Mediario ha incontrato Ilana Eleà, dottoressa in scienze dell’educazione e membro del gruppo di ricerca Jovens em rede, (www.jovensemrede.net) dell’Università Cattolica di Rio de Janeiro, in Italia per il corso di perfezionamento in Media Education all’Università Cattolica di Milano. Le abbiamo posto alcune domande sulla sua esperienza in Brasile e la ricerca che sta svolgendo nel nostro paese.

Da dove inizia il tuo viaggio?
Da mia mamma, Miriam, che mi ha allevata da sola senza lavorare, stava sempre a casa e mi leggeva ad alta voce dei libri, ogni volta che glielo chiedevo, con una passione senza fine. Tutte le settimane mi comprava i fumetti che leggevo in un solo pomeriggio. Lei era solita dirmi che io “mangiavo, divoravo tutto ciò che fosse scritto”. Ero fissata per tutta la produzione dei fumetti brasiliani fatti da Mauricio de Souza e per la collana giovanile della Casa Editrice Atica: sognavo di poterli leggere tutti – e li leggevo! La lettura mi dava un piacere senza eguali, era magica come la voce di mia madre.

E la tv?
Non abbiamo avuto la televisione in casa fino ai miei 6 o 7 anni, ricordo. Ma anche quando la TV è arrivata (come regalo di Natale di mio papà che non viveva con noi), mia mamma raccontava che lo schermo poteva essere usato per metterci sopra gli scritti e i disegni e mi stimolava a vedere solo la Tve – la nostra televisione educativa.

Cosa desideravi fare da grande?
La giornalista. Scrivevo dei libri, facevo finta di fare dei reportage, leggevo tutto quello che potevo e ammiravo la capacità dei giornalisti, anche quelli che scrivevano sulle riviste, di scrivere quello che vedevano per condividerlo con gli altri. Fino ai 16 anni, guardavo il telegiornale pensando che fosse il momento più importante della giornata, perchè era il momento in cui avrei saputo la verità sui fatti di attualità.
Raggiunta l’adolescenza, ho scelto di studiare alla Scuola Tecnica di Comunicazione (una delle 13 scuole in cui ho studiato, cambiavo una volta all’ anno per mia volontà) e ho cominciato a fare degli stage in una azienda di “assistenza di stampa”.

Sei anche una giornalista?
No. Questa esperienza ha fatto tacere del tutto il mio desiderio di studiare giornalismo, perché ho scoperto che non sono solo le pubblicità che possono essere comprate per uscire sui giornali, ma si può pagare pure per fare uscire una notizia, e ciò vale anche nei maggiori giornali brasiliani, se si vuole!
Ciò mi ha delusa molto e ho smesso di fare quello stage dopo 6 mesi. Cosi ho cambiato idea, pensando che se mi fossi laureata in Scienze della Formazione, avrei potuto utilizzare il mio gusto per la scrittura mirando a un obiettivo più nobile: contribuire alla base della formazione, cominciando con i bambini. Mi sono scritta a un programma di volontariato a Rio de Janeiro, “SOS Aldeias Infantis”, dove ci sono dei bambini senza genitori che vivono con le loro “madri sociali” (ogni casa è composta da 9 bambini con una mamma sociale).
Appena mi sono iscritta all’Università Cattolica ho cominciato a partecipare al programma di “Iniziazione alla Ricerca”, presso il gruppo della professoressa Apparecida Mamede, che stava iniziando una ricerca sui valori e i problemi della gioventù. Questo tema mi interessava molto, e a 18 anni è stato pubblicato un mio libro in Brasile, “So Valeu!”, che riguarda il problema delle droghe nell’adolescenza. Grazie a questo libro andavo con l’altra autrice (Nelly Machado de Carvalho) nelle scuole, insieme ad un gruppo di teatro giovanile per inscenare il libro. E dopo lo spettacolo si promuovevamo dei dibattiti con i ragazzi.
Intervenire nella società, principalmente nell’ambito giovanile, era per me sempre più affascinante (anche se io non ero ancora un’adulta!).

Quanto è stata importante per te questa esperienza?
La possibilità di entrare in questo gruppo di ricerca nel 1999 mi ha aperto una nuova visione del mondo - che cambia molto quando si fanno domande per capire i diversi aspetti della società. In un’ occasione, abbiamo fatto un sondaggio con gli studenti dell’università (1200 risposte), nel quale mi è stato possibile conoscere un po’ l’approccio quantitativo, ma anche la bellezza dell’analisi delle risposte aperte. In seguito abbiamo iniziato un’altra ricerca (2001), tesa a capire se quelli che gli universitari credevano essere i principali valori e problemi della società ricevevano eco nel principale quotidiano brasiliano. Era il nostro primo contatto con i media, oggetto di ricerca. Ci siamo posti una domanda: “Esiste relazione tra ciò che colpisce i giovani e quello che esce sui media come notizia?”
Abbiamo letto, selezionato e tagliato tutte le notizie, foto e caricature nell’arco di tre mesi dell’ “O Globo” relative ai temi giovanili. E abbiamo trovato una relazione molto esplicita. Quindi abbiamo organizzato dei focus group. Così, i media e il giornale ricevevano un’altra volta la mia attenzione di studio, però sotto un’altra prospettiva, quella della ricerca e dell’ Educazione.

Da allora, hai continuato la tua ricerca?
La ricerca attuale del mio gruppo – di cui il professor Rivoltella è il consulente - riguarda invece le costruzioni di significati e le rappresentazioni che gli universitari hanno di Internet. La nostra ricerca fa parte del direttivo “La gioventù e i media”, nel quale la professoressa Rosalia Duarte studia, oggi, quello che i bambini pensano riguardo a ciò che vedono in televisione. Un’animazione tratta da una selezione di questi disegni sarà presentata alla Summer School di Corvara di quest’anno.
Nel 2004 ho iniziato il master nel Dipartimento di Pedagogia della stessa università, con il progetto di studiare le rappresentazioni sociale della gioventù sui quotidiani. Però dopo un po’, ispirata dal percorso suggerito da Martin-Barbero, ho cambiato idea: ho voluto passare da un studio dei mezzi allo studio delle mediazioni, perché la costruzione dei significati e l’appropriazione dei simboli mi pareva più interessante per l’educazione. Avrei potuto non solo constatare che effetti hanno i media sui giovani, ma pensare anche alla linea inversa: quale effetto hanno i giovani sui media? Cosa sarebbe successo nella vita di quegli studenti di Scienze della Comunicazione, a volere partecipare a un movimento di occupazione dello spazio pubblico per lottare affinché i media siano diversi in Brasile, per criticare l’attuale monopolio e richiedere spazi più democratici e informazione di qualità? Cosi ho fatto, sempre sotto il coordinamento di Mamede e insieme al gruppo universitario ENECOS, lo studio di caso durato 9 mesi, sempre usando la telecamera (il risultato è il prodotto DVD del video “Transformida”). Ho analizzato 70 sondaggi online e fatto 24 interviste, non solo con gli studenti di Rio de Janeiro, ma anche provenienti da diverse regioni del Brasile. Ho inoltre sostenuto i gruppi di discussione degli universitari e analizzato le loro pubblicazioni. È stato un lavoro impegnativo, a cui mi sono dedicata a lungo.
Nel frattempo sono stata invitata ad organizzare nel TEAR (un centro d’arte che offre attività culturale ai bambini e adolescenti delle favelas di Tijuca, Rio de Janeiro) insieme a Camila Leite – un laboratorio di stampa. Ho cominciato cosi a cercare ed osservare esperienze di media education a Rio de Janeiro, come osservatrice di ciò che si faceva nella pratica.

Perché sei in Italia?
Tutto è cominciato quando ho conosciuto tramite Internet il lavoro sviluppato dal professor Pier Cesare Rivoltella. Siccome già conoscevo un po’ la lingua italiana, ho offerto al mio Direttorio di Ricerca la traduzione dei suoi testi, disponibile nel suo sito per scopi di studio e di approfondimento teorico. Ho contattato il professore tramite posta elettronica, raccontandogli i nostri interessi e lui, molto gentilmente, ci ha spedito una copia del libro “Media Education: modelli, esperienza, profilo disciplinare” (2001). Questo libro è stato molto importante, perché ci ha dato una visione panoramica della Media Education, illuminando gli approcci principali, le teorie e metodologie di base, la storia e le esperienze internazionali, oltre a offrire una vasta bibliografia e riferimenti a progetti in tutto il mondo. Anche il libro di Pier Bertolini, “I bambini giudice della televisione” è stato molto utile!
Un anno dopo il primo contatto, Rivoltella era già diventato il nostro consulente di ricerca ed è venuto nell’Università Cattolica di Rio ben tre volte. Nel frattempo, due studentesse italiane, Valeria Rotondi e Magda Pischetola, sono venute a Rio per raccogliere materiale per i loro progetti di laurea, entrando principalmente in contatto con il lavoro di Media-Education sviluppato nelle favelas. Flavia Ribeiro, del nostro gruppo de ricerca di Rio, invece, sta facendo una parte del dottorato qui in Italia sempre al fianco del professore Rivoltella. Adesso sono qui per fare il corso di Perfezionamento in Media Education nell’ Università Cattolica di Milano, per poter imparare ancora su questo campo e poter tornare a Rio con nuove esperienze e idee innovative. L’Università Cattolica di Rio ha infatti aperto il corso di post-laurea in “Media, Tecnologia dell’Informazione e Nuove Pratiche Educative” e l’esperienza in Italia mi sta aiutando non solo a tornare con una visione più ampia della Media Education, ma anche per proporre al mio gruppo di formare una rete internazionale di collaborazione.

Come vedi la media education italiana?
C’è un’offerta formativa più ampia rispetto al Brasile. Solo a Milano, in ambito universitario, possiamo trovare sia il corso di Perfezionamento in Media Education, sia il master in Comunicazione e Formazione. Anche l’Università di Roma ha aperto una specializzazione dal genere. La stessa esistenza del MED è un altro punto molto importante, perché dimostra che esiste la preoccupazione di sviluppare l’attività di media-education nelle diverse regione italiane, cosi come organizzare la Summer School.
Secondo punto importante è che la media-education in Italia viene vista come un lavoro all’interno di azioni di ricerca. Noi abbiamo invece due tipi di approccio: o facciamo (i gruppi di ricerca universitari) ricerca sociale sui media (il rapporto, la rappresentazione e costruzione dei significati di bambini, adolescenti e universitari con i diversi media) oppure si fa media education in generale nelle Ong o nelle scuole private, però solo in forma intuitiva, senza una preoccupazione per la valutazione del processo o uno sguardo di ricerca.
In generale sono i professionisti della comunicazione che propongono i laboratori di cinema, video, foto e giornale nelle comunità e tanti sono i casi dove si chiede che i bambini e i ragazzi facciano una produzione liberamente, senza una discussione critica, oppure una produzione chiusa (in generale sempre pensata dagli educatori), nel senso che si deve parlare necessariamente dei problemi delle favelas, come la violenza, la gravidanza nell’adolescenza, le droghe e i rifiuti.
Il lavoro che ho potuto conoscere qui in Italia, di Alessia Rosa, dottoranda dell’Università di Torino, mostra un’altra possibilità, oltre a questa proposta da Rivoltella (ricerca-azione) e che ancora non è esplorata in Brasile. Lei ha trovato una via di mezzo, perchè ha cominciato valutando i programmi televisivi per bambini (sviluppando così la parte analitica) e dopo ha scelto di fare nel dottorato due esperienze di media-education con tipi diversi di fruitori televisivi: sia con i bambini della scuola elementare (5-10 anni), sia con i ragazzi della scuola media (12-14 anni) in contesti diversi: il primo gruppo in contesto scolastico e il secondo non scolastico. Senza perdere di vista fattori cruciali come le provenienze degli attori e il loro consumo di media. In seguito ha proposto l’analisi di cartoni animati, e di film prima di incoraggiare loro di produrne di propri. In questo modo l’analisi non resta una “disciplina” fredda, e la produzione non diventa solo artistica, ma anche riflessiva.
Anche l’idea di proporre dei laboratori nelle scuole come fa l’Associazione Culturale Tutor con il progetto Dal Film al film, non esiste in modo cosi organizzato da noi e l’ idea di aggiungere diversi linguaggi a quelli solitamente insegnati nelle scuole (telegiornale, videoclip, fiction,video attivo, radio ecc) è molto interessante.

Quali sono le principali differenze con il Brasile?
Nel caso brasiliano le proposte di ME sono ancora scollegate. È importante dire che abbiamo un problema con le scuole pubbliche, sia per le risorse, sia per la formazione dei professori. Un progetto come “Quem le jornal sabe mais” (chi legge il giornale sa di più) può essere un pericolo se non esiste la formazione degli insegnanti. Il progetto, non viene fatto in un regime di pluralità di informazione, infatti ancora si crede che quello che c’è scritto sia il ritratto della verità. Due anni fa ho partecipato a un convegno a Sao Paulo sul tema del quotidiano nella scuola e ho potuto constatare che questa visione è ancora molto diffusa. In più di un centinaio di lavori presentati, non ne ho trovato nemmeno uno che guardasse al quotidiano in modo critico. Se il linguaggio del quotidiano può essere interessante perché parla di attualità, è anche vero che il modo in cui le notizie sono scritte è una forma frammentata, superficiale e veloce. Sono gli altri libri, lo studio degli articoli e degli autori che analizzano la società, la letteratura e i film che contribuiscono a formare un’idea più ricca sui fatti, non bastano i quotidiani.
Visto che la programmazione televisiva è di bassa qualità (nel senso che viene trasmessa molta violenza, sesso, e vengono diffusi degli stereotipi sulla gioventù e sulle favelas, sul consumo e sulla vita delle celebrità), esiste in Brasile una preoccupazione di tipo analitico sui programmi televisivi, fatta dalla ANDI e Midiativa, principalmente. Queste entità hanno lo scopo di valutare i programmi per bambini e adolescenti trasmessi da tutti i media e di divulgare i risultati, cercando di coinvolgere i professionisti dei media ad avere un’occhio di riguardo sui diritti dell’ infanzia e della gioventù.
L’Observatorio das Favelas, per esempio, ha creato, in collaborazione con l’Universita Federal di Rio de Janeiro, un corso di Comunicazione Popolare Critica, con lo scopo di formare giovani ad esprimere sguardi diversi sulle favelas, utilizzando video, fotografia e quotidiano. I quotidiani e i telegiornali spesso criminalizzano le persone che vivono nelle favelas, dimenticando tutte quelle attività artistiche, culturali e musicali che coesistono con la realtà del traffico di droga.
Per conoscere più a fondo i progetti di Rio de Janeiro, si può consultare la tesi di laurea di Laura Pischetola.

Quali progetti hai conosciuto in Italia e in Europa?
Siccome ho l’obiettivo di imparare e di conoscere tanti progetti in poco tempo (4 mesi), sto facendo una mappatura basata sui seguenti punti in relazione alla ME: le principali entità in Italia, le attività sviluppate, l’offerta formativa, le ricerche in corso, i principali ricercatori e temi, le pubblicazioni, le tesi di laurea a tema e gli eventi. Lo so che non sarà possibile conoscere tutto, però sto facendo un sito con queste informazioni che potrà essere costantemente aggiornato, per aiutare alla collaborazione internazionale.
Dobbiamo unire gli sforzi. Il lavoro di Amelia Capobianco con i fumetti è molto interessante, così come il lavoro dell’ Università di Torino, che interagisce anche con Rai3 e che produce una serie di programmi televisivi di qualità. L’università ha il suo canale televisivo, Extracampus, un luogo di produzione che consente di sperimentare nuovi format con valenza educativa. A Milano, il lavoro del gruppo Dal film al film che fa capo alla Tutor è una grande fonte di ispirazione, così come il lavoro della Comune Baires, centro d’arte, che offre laboratori di cinema e animazione, sia muti che parlati.
Importantissimo è anche l’operato dell’Osservatorio Mediamonitor Minori, del Dipartamento di Sociologia e Comunicazione dell'Università degli Studi di Roma La Sapienza, diretta dal professore Mario Morcellini! Le ricerche condotte da lui sono interessanti, anche perchè utilizzano una serie di strumenti di ricerca -disegni, questionari e focus groups- per sapere, ad esempio, in che misura l’informazione mediata abbia condizionato i processi di costruzione e interpretazione della realtà dei bambini su un tema specifico, come la guerra in Iraq ad esempio. Il gruppo di ricerca si è occupato non solo dei disegni come forma di espressione/analisi, ma hanno compilato un questionario per verificare il loro livello di conoscenza della guerra (protagonisti, motivazioni, principali fonti di informazione). Ossia, questa combinazione di dati simbolici e dati concreti penso potrebbe aiutarci, in America Latina, a non cadere nel relativismo della mediazione. Sapere quali sono i contenuti che rimangono - e non solo l'impressione che colpisce - nei bambini è importante dal punto di vista educativo e nel sito si possono trovare i rapporti delle ricerche.
L’esperienza dei “Telegiornali in classe” a Roma, utilizza anche gli studenti della Scuola di Cinematografia “Roberto Rossellini” per aiutare la scuola nella fase di montaggio. Questa collaborazione tra i diversi dipartimenti – sia di Pedagogia sia di Comunicazione è stimolante perché offre un duplice sguardo ai futuri professionisti dei media .

Ci racconti la tua esperienza di media education con i bambini delle favelas?
In verità, come ho detto, la mia esperienza non riguarda tanto il lavoro di ME nelle favelas: sono solo un’osservatrice! Pero posso dire che ci sono tanti progetti nelle favelas che utilizzano i media, la maggior parte fatte dalla Ong, curate da professionisti di comunicazione. In generale l’educazione e la comunicazione non dialogano bene in questi contesti. Questo perché o la parte d’analisi non viene fatta, o perché la preoccupazione maggiore riguarda il fatto che i bambini e i giovani parlino solo di pace, sesso e Aids. Camila Leite, un’arte-media-educatrice brasiliana, ha svolto un suo corso in una favela de Jurujuba, a Niteroi (Rio de Janeiro) e ha visto come la libertà di creazione e di fare fiction sia parecchio lacunosa. Ritengo che la Media Education deve aiutare anche la capacità linguistico-espressiva nella sua forma libera – come la metodologia del gruppo Dal film al film che sto osservando in questo periodo.
Il progetto Cinemaneiro, invece, promuove dei laboratori di cinema in diverse favelas e mantiene ancora un nucleo di produzione, organizzando mostre di film indipendenti fatte dai ragazzi a cielo aperto, nella Lapa. I film sono riconosciuti per la qualità, con un processo di creazione collettiva in forma libera. Possono infatti parlare di ciò che vogliono, i temi per le sceneggiature sono scelti in modo democratico, senza censura. E cosi si può pensare: dov’è la media education? Tra l’arte (che è trasgressiva nella storia) e il pensiero critico? Cinemaneiro ha prodotto, ad esempio, il cortametraggio Mulher de Amigo (Moglie di amico), che parla della gerarchia del potere all’interno di una favela. Cosa succede se il trafficante chiede ad un amico di “guardare” sua moglie quando lui è occupato? Se da un lato il corto parla di un aspetto vero delle favelas (quelli che tradiscono i trafficanti devono morire), forse la media-education può avere il ruolo di far riflettere su questa realtà.
Dico questo perchè se pensiamo solo all’aspetto produttivo ed espressivo, stiamo facendo media-education? Libri come Lolita, di Vladmir Nabokov, sono considerati come opera d’arte e letti in tutto il mondo. E qual è il contenuto dei libro? Lo stesso possono pensare i ragazzi di Cinemaneiro: l’importante è il linguaggio.

Adesso che hai visto la media education in Europa che riflessioni hai fatto e quali nuove idee ti sono venute?
Mi sono venute tante idee! In particolare penso che se uniamo la necessità di formare all’ attualità, come fa il CLEMI in Francia, con l’aspetto produttivo creativo, come fa il gruppo Dal film al film, senza dimenticare di richiamare l’attenzione alla necessità di analisi dei media, come ha fatto Alessia Rosa nelle sue ricerche, arriviamo ad un approccio alla Media Education molto interessante. Io aggiungerei ancora l’aspetto artistico della Comune Baires con la preoccupazione alla democratizzazione della comunicazione, praticata dalla CRIS. Sembra troppo? Direi di no.
Credo che il fondamento educativo dell’educazione ai media stia nella lettura del mondo. Se viene fatta con poesia, arte e conoscenza dell’attualità, incontra nei diversi linguaggi dei mass media un’ opportunità di espressione, voce e lotta per il cambiamento sociale.
a cura di Francesca Musetti
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