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Intervista a Rosália Duarte
I bambini brasiliani e la tivù (versione
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“I bambini vogliono fortemente essere ascoltati su ciò che pensano della tv, pensano di avere molto da dire sul tema e si risentono nel vedere che le loro opinioni sono ritenute poco importanti...” Questo e altri interessanti spunti emergono dall’intervista, curata da Ilana Eleà per ilMediario, a Rosalia Duarte professoressa del Dipartimento di Educazione della Università Cattolica di Rio de Janeiro e coordinatrice del GRUPEM, Gruppo di Ricerca sulla Educazione e Media.
Lei è coordinatrice del GRUPEM, Gruppo di Ricerca in Educazione e Media, la cui ultima ricerca realizzata aveva come oggetto che cosa i bambini pensano di quello che guardano in tv. Quali sono stati i principali risultati?
La ricerca “Crianças, televisão e valores morais” (Bambini, televisione e valori morali) è stata realizzata tra il luglio 2004 e il settembre 2005 e aveva come scopo quello di descrivere e capire le relazioni che i bambini stabiliscono con ciò che vedono in televisione, ossia, capire come essi si comportano di fronte ai contenuti dei prodotti televisivi ai quali hanno accesso nel quotidiano. Abbiamo anche voluto cogliere come essi identificano i valori presenti nei prodotti televisivi e come articolano questi valori con ciò che costruiscono nell’interazione con la loro famíglia, con la scuola, col gruppo dei pari.
A causa dell’alto audience infantile della tv brasiliana (circa 30 milioni di bambini) abbiamo scelto di sviluppare uno studio di base quantitativa, cercando di raccogliere i dati di un numero significativo di soggetti che ci permettesse di tracciare un panorama generale del rapporto tra i bambini e la tv. Seguendo un modello di studio sviluppato dall’UNICEF in altri paesi dal titolo “Tv como te quiero” (tv come ti voglio), abbiamo scelto di fare uno spot televisivo, invitando i bambini a partecipare alla ricerca inviandoci le loro opinioni sulla TV. Gli obiettivi e la metodologia di analisi erano diversi da quelli che hanno orientato il progetto “TV como te quiero”, però abbiamo mantenuto l’idea dello spot televisivo, mandando in onda lo spot solo in ambito regionale e attraverso delle emittenti di TV pubbliche che si rivolgono a un pubblico minorenne e, piu specificatamente, di bambini.
Avete ricevuto l'assistenza di una televisione pubblica?
Abbiamo avuto l’appoggio di un’emittente televisiva pubblica, la TVE – Rede Brasil de Televisão – che si è incaricata di fornire la struttura di produzione e di veicolazione dello spot, mentre l’ideazione del prodotto, la sceneggiatura e la regia sono state a carico del gruppo di ricercatori del GRUPEM, in particolare di uno dei suoi membri che è sceneggiatore e regista televisivo. Avendo abbandonato il modello di spot utilizzato dall’UNICEF, abbiamo deciso anche di ampliare la domanda rivolta ai bambini che è diventata “O que eu penso da teve”. (Che cosa io penso della tv).
Abbiamo ricevuto piu di 900 risposte dai bambini, tra disegni e testi. La maggior parte di esse è stata raccolta dalle insegnanti delle scuole pubbliche e private che le hanno spedite al gruppo di ricerca via posta.
Un’analisi piu globale dei testi indica che i bambini vogliono fortemente essere ascoltati su ciò che pensano della tv, pensano di avere molto da dire sul tema e si risentono nel vedere che le loro opinioni sono ritenute poco importanti; non sono contenti dell’eccesso di immagini di violenza esibite in televisione, soprattutto della violenza “reale” – che definiscono come quella che viene trasmessa nei telegiornali; adorano guardare la tv e non importa che cosa gli adulti pensino o dicano al riguardo; a loro piacciono quasi tutti i tipi di programmi messi in onda: telenovele, cartoni animati, programmi umoristici, films, serie tv, ma ciò non fa di loro degli spettatori “idioti” in quanto fanno delle critiche molto interessanti, pertinenti e ben elaborate su ciò che considerano brutto o inadeguato in televisione; per la maggior parte di loro la televisione si offre come principale opzione di divertimento (in alcuni casi, l’unica), il che è un dato piuttosto preoccupante. Ma ciò che ha chiamato maggiormente la nostra attenzione è il grado di esperienza con cui questi bambini analizzano la televisione: sono esperti e dimostrano di conoscere la televisione anche dal di dentro, incluso i linguaggi che essa utilizza, la sua struttura di produzione, la sua logica interna e i suoi modi di intervento.
Questi bambini discutono, con relativa precisione, sulle differenze fra i diversi canali e programmi, facendo considerazioni su di essi, comparando le griglie di programmazione secondo la qualità dei prodotti messi in onda e facendo critiche più o meno elaborate sui diversi prodotti televisivi a cui hanno acceso, incluso la pubblicità. Identificano l’orientamento dei vari programmi ed esprimono la loro opinione sulla base di questa percezione.
Le analisi tematiche dei testi che i bambini ci hanno spedito suggeriscono che essi non sono passivi di fronte alla tv e che hanno una capacità critica espressa nel rapporto con ciò che guardano, però questo potenziale può essere ampliato. I bambini apprendono dei valori con la tv, non ci sono dubbi, ma dimostrano di avere senso critico su questo argomento quando affermano nei loro testi che i programmi trasmessi in tv possono insegnare “a essere buoni e giusti, ad aver coraggio e a fare del bene, a curare la natura e se stessi, a essere onesti e a lottare per ciò che si desidera”, ma anche “ad essere crudeli e bugiardi, a rubare e a uccidere, a non rispettare i genitori e a comprare quello di cui non si ha bisogno”. Per buona parte di loro, “le cose cattive che la tv insegna” non devono essere imitate dai bambini. Una bambina di 12 anni, che abita in una piccola città nell’entroterra del Brasile, dice che “la tv fa vedere solo quello che è sbagliato, pero dipende da ognuno di noi scegliere la strada che vuole seguire”.
I bambini sono molto perspicaci ma noi possiamo e dobbiamo aiutarli ad ampliare il loro quadro di riferimenti affinché possano discutere ancor meglio sui contenuti di quello che vedono. Per questo abbiamo bisogno, prima di tutto, di ascoltare ciò che hanno da dire sull’argomento e dialogare con loro. Oltre a questo, specialmente in Brasile, abbiamo bisogno di offrire loro altre opzioni di divertimento e un accesso maggiore, più ampio e molto più frequente, ad altre attività culturali.
La MediaEducation viene caratterizzata fin dalle sue origini anche per la proposta di sviluppo del senso critico da parte dei soggetti, principalmente bambini e giovani. In che misura la prospettiva latino-americana su cui lei si basa si avvicina o si allontana da questa concezione?
Penso di aver parlato di questo quando ho parlato dei risultati della nostra ricerca – c’è bisogno di favorire uno sviluppo del senso critico, ma partendo dal principio che tutti i soggetti hanno senso critico innato (in diversi gradi e modalità) e che non c’è bisogno di insegnar loro a fare critica. Quindi, non sembra che si debba sviluppare una metodologia per “insegnare a vedere” o “insegnare ad essere critico”, ma piuttosto creare le condizioni affinché i soggetti possano ampliare la loro capacita critica, stimolando a preservare e diffondere le diverse culture che compongano le società complesse, offrendo un maggiore radicamento dei soggetti con le loro culture d’origine, offrendo una scuola di qualità che permetta un ampio e diversificato accesso ai beni culturali in generale, e altre misure simili.
In linea generale, quale sarebbe lo specifico delle ricerche attualmente realizzate sulla media Education e le attività media-educative in Brasile?
Una buona parte delle ricerche in Media-Education sono rivolte a ciò che si fa con i media nella scuola, cioè agli usi che i professori e gli studenti fanno dei media in contesti scolastici, soprattutto con finalità pedagogiche.
Ci sono degli studi sviluppati nell’area di ricezione che cercano, come nel nostro caso, di capire il problema del rapporto con i media, soprattutto tra i bambini e gli adolescenti, partendo dal punto di vista dei ricettori. É uno cambio di prospettiva che non nega in alcun modo il potere esercitato dai mezzi e la loro possibile pretensione alla manipolazione di coloro a cui si rivolgono, ma che intende vedere il problema da un punto di vista diverso, considerandolo all’interno della sua complessità.
Le attività media-educative sono all’interno della scuola ma non solo, perchè il contesto extra-scolastico è molto ampio in Brasile ed è offerto principalmente dalle Organizzazioni non Governative (ONGs). Quasi tutte le organizzazioni di questo tipo in Brasile hanno uno scopo educativo e sviluppano attività media-educative.
Si percepisce una preoccupazione crescente dei professori e dei genitori per il grande consumo delle tecnologie e dei suoi prodotti da parte di bambini e giovani. Essi dicono che i loro figli e alunni hanno scelto il computer, internet e il cellulare al posto di attività di socializzazione tradizionale, come i giochi all’aria aperta, preferendo occupare il loro tempo libero seduti di fronte al computer, esponendosi anche al contatto con persone sconosciute, pedofili e materiale pornografico e ricco di violenza. Sarebbe compito dell’educazione cambiare questo quadro oppure è qualcosa solamente da constatare e che dobbiamo accettare?
Le attività di socializzazione tradizionale sono importanti e necessarie, soprattutto in quanto facilitano il contatto personale, il gioco e la vita all’aria aperta, in contesti educativi, culturali e sportivi. Ma la socializzazione che ha luogo nella cyber-cultura non deve essere vista, a priori, come qualcosa di “cattivo” o addirittura come fonte di “esposizione ad agenti negativi”. Essa può stimolare un contatto interessante fra i bambini e i ragazzi e i loro pari di altre realtà e culture, può ampliare il loro orizzonte sociale e culturale e permettere loro l’accesso a informazioni di grande valore sociale. Gli ambienti di messaggeria istantanea, per esempio, possono essere spazi interessanti di scambio di idee tra colleghi e amici su argomenti per loro importanti, così come sulla vita scolastica. Tutto dipende da come bambini e adolescenti utilizzano la rete e dall’azione educativa esercitata dagli adulti per aiutarli a evitare le situazioni di rischio.
Credo sia necessario anche avere delle politiche pubbliche che favoriscano la realizzazione di attività di divertimento e sport, in spazi sicuri e ben attrezzati, ma ciò non significa obbligare i giovani ad abbandonare del tutto la vita nello spazio virtuale.
Se fosse possibile approvare una politica pubblica che si assumesse la responsabilità di integrare la Media Education nei curricula delle scuole pubbliche brasiliane, quali contenuti e processi dovrebbero essere, secondo lei, privilegiati?
A mio parere, la Media Education deve offrire la possibilità di accesso a differenti linguaggi come forma di espressione di idee e pensieri. Il dominio degli altri linguaggi, oltre a quello scritto, è fondamentale per vivere in una società come la nostra, avvolta da un’atmosfera tecnologica e mediatica nella quale sono utilizzati diversi linguaggi. Così come apprendere a leggere e scrivere, i nostri bambini e ragazzi dovrebbero imparare a utilizzare il video e il computer per comunicare e esprimere se stessi e questa dovrebbe essere, a mio avviso, la principale compito della Media Education. Per questo motivo sarebbe necessario insegnare anche la storia dei media e dei vari mezzi di comunicazione, privilegiando la loro relazione con la storia sociale, economica e culturale dei popoli e il ruolo che essi avrebbero (hanno) nella configurazione delle diverse culture.
Intervista a cura di Ilana Eleá |
| traduzione di Elena Valdameri
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