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I bambini di strada in Perù
Pedagogia con i media (versione
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Una serie di filmati e canzoni sulle esperienze personali e la storia di vita di bambini di strada sono stati presentati al primo seminario internazionale sui bambini di strada, organizzato a marzo presso l’Università Cattolica di Milano.
I filmati sono il risultato dell’esperienza italiana a Nairobi dell’Onlus Amani, presieduta dal padre comboniano, Kisito.
Nei video, bambini e ragazzi di strada africani, tra i 10 e i 16 anni, ballano e raccontano, cantando o parlando, aspetti della loro vita. Alcuni imitano passi di rap, fanno smorfie, sorrisi e facce ridicole di fronte alla videocamera.
Altri invece raccontano, fermi come soldati, le loro esperienze di disagio in strada. Si tratta di una forma personale di raccontare la propria esistenza. Anche se il seminario ha scelto un approccio pedagogico a questo fenomeno infantile, forse nel futuro saranno proprio le canzoni popolari e i racconti di storie personali elaborati in filmati o canzoni l’oggetto principale della pedagogia per i bambini di strada.
Suggerisco questo perché questi bambini vivono in culture urbane popolari dove la radio e i video-clip hanno un largo consumo. E loro sono l’audience nello spazio pubblico dove si aggregano per chiacchierare, ballare o raccontare drammi e violenze subite.
La loro voce permette di capire l’ambiente socioculturale in cui vivono. Le parole delle canzoni, le citazioni a personaggi della tv e le preferenze di genere musicale, sono per i bambini punti di riferimento, in cui trovano una famiglia e una casa relativamente stabili: “un senso di casa nella strada”.
Secondo gli studi culturali, la modernità prende forma nella domesticità e nella quotidiana fruizione dei media. Per cui capire la cultura della comunicazione è un tentativo per comprendere tipi diversi di modernità e sviluppo.
Per questi bambini, la cultura popolare, di emarginazione e di disagio si forma nella strada e lì, parafrasando papa Paolo VI che parlava del ruolo dell’educatore nella società contemporanea, “non abbiamo bisogno di maestri ma di testimoni”.
Oggi, il gran diffusore, e il testimone virtuale, della cultura di massa sono la tv e la musica e l’educatore deve, adeguando la sua formazione alla cultura dei media, andargli incontro, perché la tv è un canale privilegiato e forte di rappresentazione della realtà.
L’educatore di strada “deve essere sensibile alla cultura di strada, deve capirla”, ha sottolineato, il promotore del seminario, Giuseppe Vico, professore dell’Università Cattolica. “Educare in contesti di emarginazione è condividere con l’altro un progetto, una proposta personale e suscitare domande e provocare domande”.
“Il problema in pedagogia è quello di anticipare la cultura. La base della pedagogia è la capacità di dare libertà e la responsabilità di dare all’altro un livello di cittadinanza”, ha concluso Vico.
I filmati di padre Kisito mostrano la realtà: i bambini e i ragazzi di strada cantano canzoni popolari tristi, di lamento e disperazione. “Non so cosa fare con la mia vita”, dice uno di loro, un tredicenne alcolizzato. Un altro lamenta più o meno questo: “non ho una casa, sono solo, disperato, senza famiglia, sono come il cane di questa strada”. Un altro mormora tra l’immondizia: “sono qua, eccomi qua”.
I ragazzi sono tutti maschi e comunicano ripetendo e ballando le proprie esperienze in chiave musicale.
In un contesto simile a quello di padre Kisito, per uno studio sull’audience di strada del 2005, ho raccolto le canzoni dei bambini poveri dei mercati del Perù ascoltando dalla strada la loro voce e i loro discorsi.
Ripetevano le canzoni e i balli che avevano visto e ascoltato in tv e alla radio. Erano le canzoni dei figli degli emigranti che dai campi vanno a vivere in città, e dei poveri di Lima, la capitale del Perù.
I testi parlano di amore e povertà, della sofferenza dei lavoratori emigranti e della terra da dove provengono.
I titoli delle canzoni cantate dai bambini di strada a Lima erano di questo tenore: “Sono un ragazzo provinciale”, “Amore proibito”, “Come un fiore”, “Gatta gelosa”.
L’eco delle voci degli emarginati e dei settori subalterni rispecchia le canzoni ascoltate dai venditori ambulanti nei “mercados”di Lima e offre uno stimolo culturale significativo per ricreare la comunità di appartenenza di origine rurale che in Perù ha una forte radice nelle Ande.
La musica, canale comunicativo d’eccellenza in questo contesto, permette di interpretare la vita travagliata di chi è emigrato nella “metropoli egoista” come ripetono i testi delle canzoni accompagnate da diversi stili musicali: huayno, chicha o technocumbia, di gran successo nel paese sudamericano.
Oltre alla musica nei mercati all’aperto si guardano anche le “telenovelas”, film di azione e cartoni animati che sono visti come sorta di riferenti, interpreti, narratori o portavoce della propria realtà o di una realtà nuova per chi è appena arrivato nella capitale. La cultura della strada, dove ci sono bambini e famiglie emarginate, si diffonde con il linguaggio musicale, narrativo e orale.
Utilizzare i media per lavorare con bambini di strada potrebbe essere una pedagogia attenta alle origini comunicative di questi bambini, dei loro racconti, vissuti e modalità di trasmissione dell’esperienza.
La pedagogia con i media come si è visto nei casi di Nairobi e del Perù, è attenta a un approccio socioculturale che prende in considerazione il soggetto sociale e la sua esperienza con la musica, il canto, le storie personali: modi e canali, per capire noi e gli altri. |
| a cura di Franklin Cornejo
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