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Un possibile percorso educativo
La fotocamera digitale (versione
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L’utilizzo della fotocamera digitale per conoscere l’ambiente e le sue risorse, questo l’obiettivo principale da perseguire per superare un dato di fatto: molto frequentemente i bambini sono più abituati a “guardare” piuttosto che “osservare” ciò che li circonda. Figli di quest’epoca che stimola una fruizione delle informazioni “mordi e fuggi”, in cui la società è multi-schermo e dell’immagine, del web 2.0 in cui è chiamata a fruire di contenuti, ma anche a produrne e dove le giovani generazioni sono multitasking ovvero sono in grado di spostare con rapidità l’attenzione da un’attività all’altra e fare più cose contemporaneamente.
All’interno di questo scenario quale posto occupa l’educazione? Quale il suo compito?
A mio parere l’educazione dovrebbe svolgere il compito di aiutare a sviluppare nel bambino le proprie abilità percettive ed espressive ricorrendo ai mezzi comunicativi a lui noti e a un linguaggio conosciuto anche ai più piccoli come quello iconico.
La fotocamera digitale si pone come medium comunicativo privilegiato avvalendo l’ipotesi di Carlo Baruffi che, nel testo Dentro le immagini. Percorsi educativi tra visione e produzione (2001) afferma che nella nostra civiltà l’immagine è il segno iconico al quale è affidata la responsabilità della comunicazione tra gli esseri umani.
L’immagine tra i linguaggi possibili non è certamente il più antico, ma resta pur sempre il più immediato e possiede il potere intrinseco di integrarsi perfettamente con gli altri linguaggi diventandone supporto utile e indispensabile; essa è un messaggio visivo costituito da segni iconici da leggere come qualsiasi testo: «…L’immagine diventa per il bambino un supporto in più sul quale fondare gli elementi dei suoi futuri apprendimenti e interviene come nuovo mediatore tra il bambino stesso e la realtà che lo circonda…» (ibidem).
Alcuni percorsi di educazione all’immagine sono già stati sperimentati: Ermanno Morello ed Elia Nicco, per esempio, nel loro testo Percorsi di educazione all’immagine (2005) illustrano dettagliatamente i progetti realizzati nella città di Torino e sostengono che la competenza osservativa costituisca la condizione necessaria per far sì che un percorso di educazione all’immagine possa essere un percorso di senso. Tale competenza non può essere insegnata a parole, ma può essere formata e, poiché si fonda su capacità strettamente individuali, esse vanno sviluppate, potenziate e indirizzate.
Per attivare questo processo la metodologia potrebbe consistere nella conduzione dell’esperienza “sul campo” attraverso la creazione di situazioni e condizioni particolari atte a facilitare la pratica dell’osservazione, mettere in gioco una sintesi tra ciò che è “noto” e ciò che “non è noto” (nuovo che emerge come scoperta), attivare strategie di esplorazione e favorire lo scambio di riflessioni personali; il tutto attraverso l’utilizzo della fotocamera digitale che consente un potenziamento dei sensi e di “incorniciare” porzioni di realtà.
I contesti possono essere molteplici: da quelli rurali, ai musei e alle strade di città storiche in cui il medium è chiamato a ricoprire un ruolo “strumentale” ovvero non estrinseco con il suo contenuto.
La fotografia possiede infatti un alto livello di analogicità poiché il rapporto tra i segni e i loro referenti è immediato e la conoscenza è comunicata in modo più accessibile con riferimenti a situazioni specifiche e all’interno di precisi domini: la rappresentazione analogica consente di mantenere un rapporto di isomorfismo con le situazioni reali operando in un modo più semplice rispetto all’utilizzo di simboli logico-verbali che, al contrario, richiedono un maggior livello di astrazione e un maggior numero di mediazioni concettuali.
A questo proposito è lecito chiedersi se allora non sia più consono ricorrere all’utilizzo della realtà virtuale in cui l’analogicità risulta ancora più accentuata e molteplici informazioni sono integrate lungo un asse temporale continuo; in realtà è proprio questo aspetto che potrebbe ostacolare nel bambino la comprensione della natura della rappresentazione e l’individuazione delle sue caratteristiche peculiari.
Mutuando una riflessione avanzata da Mc Luhan sul rapporto Mente e Medium, con la fotocamera digitale assistiamo all’amplificazione delle facoltà sia mentali che percettive attraverso una espansione totale dei sensi: la fotografia digitale consente di instaurare un rapporto di conoscenza con gli oggetti, sollecita attività mentali e dischiude un accesso ai sensi.
L’utilizzo diretto della fotocamera digitale consente di selezionare parti della realtà, di rappresentarla, su di essa agire e riflettere: in questo senso tale pratica, oltre all’analogicità, possiede un buon grado di interattività poiché offre al soggetto la possibilità di interagire, di "dialogare" con essa, di verificare gli effetti del proprio agire, attuare riflessioni in merito e modificare i comportamenti successivi.
Risulta in ogni caso evidente che l’atteggiamento di chi apprende cambia in modo proporzionale al tipo di utilizzo che ne fa; in fase di progettazione è necessario cogliere questi comportamenti, individuare il tipo di rapporto che sussiste tra la realtà e la sua rappresentazione e successivamente elaborare degli obiettivi formativi adeguati.
All’educatore riconosco infine il compito di indirizzare il bambino a fruire degli strumenti a sua disposizione in modo pertinente e consapevole, ma soprattutto, per mezzo di essi, a comunicare contenuti di senso. In questa circostanza il medium-strumento si trova a incidere sul processo senza esaurire la totalità. |
| a cura di Francesca Ferrari
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