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Lo spettacolo dello sport
Media di “stampo mafioso” (versione
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“Lo spettacolo sportivo è l’unico evento che si realizza spontaneamente sotto gli occhi delle telecamere, senza venirne modificato nell’essenza. Mi chiedo, però, per le tante volte in cui lo sport ha tradito, se questa sua trasparenza non sia diventata apparenza, se lo show sia ancora credibile”.
È la riflessione allarmata di Massimo De Luca, neo direttore di Rai Sport, chiamato a confrontarsi nel terzo incontro del ciclo “La società in diretta” organizzati dal Corriere della Sera sulla natura ambigua del mondo sportivo, reso così visibile dalla tv, eppure così oscuro in tanti suoi aspetti. Sul palco, a discutere del problema, anche Gianni Petrucci, presidente del CONI, e Carlo Verdelli, direttore della Gazzetta dello Sport, moderati dal critico Aldo Grasso.
Il dibattito prende spunto dalle tristi vicende che hanno investito l’estate scorsa l’universo calcio, lasciando tutt’ora aperto un interrogativo: le gare che vediamo sono vere?
La risposta, purtroppo, non è più così scontata. Il calcio sembra aver rinunciato per acquiescenza all’agonismo genuino e soprattutto all’imprevedibilità del risultato, ciò che rende le discipline sportive affascinanti ed eterne. Colpa anche del mondo giornalistico troppo contiguo, per stessa ammissione dei rappresentanti di categoria, a giocatori e direttori generali.
I responsabili dell’informazione, invece di combattere contro una gestione dei rapporti di “stampo mafioso”, hanno rinunciato alla terzietà, ovvero al ruolo di garanti del sistema. Il risultato è stato inevitabile: perdita di fiducia nei media e, naturalmente, nello sport, abbandonato anche dai fedelissimi telespettatori che, da alcuni mesi a questa parte, preferiscono un telefilm (il Dottor House) a una partita di pallone.
Ma i torbidi meccanismi di Calciopoli non rappresentano il solo grande dramma che resta nascosto agli appassionati: anche il doping è quasi sempre un argomento impenetrabile, per molteplici fattori. C’è innanzitutto la paura di rompere il giocattolo, di spezzare la magia che avvolge atleti e competizioni, con il rischio di compromettere il successo dell’intero movimento. Inoltre, non è facile entrare in un campo che richiede competenze tecniche e continui aggiornamenti.
Il presidente del CONI ha voluto sottolineare che “in Italia il problema è affrontato seriamente, come dimostrano i milioni di euro investiti in controlli molto più numerosi e capillari delle altre nazioni; sono piuttosto gli strumenti limitati a complicare la lotta contro le sostanze illecite”.
Il persistere di queste pratiche occulte è quasi paradossale per un mondo che è costantemente sotto i riflettori, vivisezionato da mille telecamere, ralenti, microfoni posti in panchina e nei sottopassaggi. Almeno in campo, all’occhio elettronico non sfugge più nulla, per la gioia di chi segue la partita da casa e per lo sconforto di un direttore come Verdelli che si trova “in difficoltà a suscitare l’interesse di persone che hanno fatto il pieno di replay e hanno accumulato più conoscenze degli stessi inviati della Gazzetta”.
È una delle grandi rivoluzioni prodotte dall’arrivo della televisione che induce a una conoscenza esclusivamente mediatica dello sport, senza la necessità di mettere piede allo stadio o nei palazzetti. Una grave perdita, quella del pubblico in tribuna, perché lo spettacolo è diverso quando la platea è piena, quando si respira l’emozione e la passione dei tifosi. Il presidente Petrucci ha invitato le società ad adottare nuove politiche per contrastare la tendenza – a partire dal prezzo dei biglietti-, affinché la televisione non arrivi a snaturare del tutto lo sport.
Il riferimento non vale solo per la riduzione degli spettatori; esiste anche il problema della moviola, già intervenuta a modificare lo svolgimento dei match (valga per tutti il caso Zidane nella finale dei mondiali). Il fatto che milioni di appassionati sparsi in tutto il mondo vedano meglio dell’arbitro in campo è un fatto ridicolo e inaccettabile. Tuttavia, i relatori presenti in sala Buzzati, concordano nell’utilizzo non estensivo della tecnologia che rischierebbe di indebolire la tradizione e porre fine al dibattito, vero sale della competizione. |
| Valentina Buzzi
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