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Stampa e Dintorni
Il fumetto in mostra
L’arte del racconto
(versione stampabile)
Cinema, televisione, musica, internet, fumetto, animazioni, grafica. Tanti linguaggi, canali e forme espressive abitano il nostro spazio di vita. L’occhio, oggi, è abituato alla compresenza di modi e culture comunicative - forme espressive appunto che ci permettono di condividere e di esternare sentimenti, visioni personali, conquiste e denunce sociali, aspetto che accomuna tutti i linguaggi, pur nella diversità di codici e segni impiegati.

Ma, come ovvio, la naturalezza con cui usiamo e fruiamo di tali forme è anch’essa una conquista, non solo artistica, che si lascia alle spalle una lunga marcia caratterizzata da rifiuti, censure, incomprensioni.

Stiamo parlando di un percorso che ha segnato la storia di tanti linguaggi e generi – il cinema d’avanguardia, la pop art, la musica, la televisione – con un ciclo assai curioso: ciò che in un primo tempo viene considerato inaccettabile diventa in seguito apprezzabile, in opposizione a nuovi contenitori che, a loro volta, si trasformeranno in termine di paragone positivo. Un circolo di rifiuto/accettazione che non dipende dalla bontà della forma e del contenuto, ma semplicemente dal loro essere aspetti nuovi del comunicare, e che sembra profilarsi come atteggiamento mentale.

Lo dimostra un recente evento, in corso alla Triennale di Milano fino al mese di settembre (www.triennale.it), che sembra confermare la parabola ascendente che abbiamo descritto. Fumetto International, questo il titolo dell’esposizione curata da Fausto Colombo e Matteo Stefanelli, percorre con sistematicità le diverse culture del fumetto contemporaneo in ottica internazionale, in una duplice articolazione ben riconoscibile.

Da un lato, la ricerca sul romanzo grafico o graphic novel, per usare il termine anglofono con cui è meglio conosciuto il genere. Dall’altro, la presenza del manga come scintilla creativa ed estetica che, partendo da Oriente, ha finito per conquistare l’Occidente con rivisitazioni e forme di meticciato particolarmente interessanti.

Ci soffermiamo, in questa sede, sulla prima sezione della mostra, lasciando al visitatore il piacere della scoperta e del confronto. Il termine graphic novel indica un lavoro a fumetti caratterizzato da storie autoconcluse e narrazioni complesse, tendenzialmente rivolto al pubblico adulto, segnando la differenza – o forse indicando la volontà di differenziarsi – rispetto al genere del fumetto (comic), tradizionalmente inteso: un prodotto pop dedicato ai più piccoli, cosa quanto mai errata vista la diffusione e la complessità di moltissime opere che vengono definite semplicemente fumetto.

Come ben puntualizza Gipi, autore italiano di Appunti di Guerra e vincitore dell’Oscar del Fumetto, quando si parla di fumetto le persone si immaginano subito un tizio in calzamaglia che se ne va in giro a sputare roba appiccicosa dai polsi. Se dico “faccio fumetti”, mi chiedono: “E che personaggio disegni?”. Non disegno personaggi, racconto storie (intervista di Fabio Cutri, Corriere della Sera, 17 Maggio 2006).

Il termine - la cui diffusione accompagna la pubblicazione del famoso A Contract with God, and Other Tenement Stories di Eisner nel 1978 - serve dunque da descrittore di un prodotto specifico, pur suscitando reazioni forti all’interno della comunità degli autori stessi, spesso in posizione critica rispetto alla necessità di impiegare un nuovo termine, sentito e percepito come invenzione inutile associata esclusivamente a esigenze commerciali. Una dissociazione che si manifesta con l’adozione di termini alternativi, come comic strip novel e picture novella o con l‘uso del tradizionale comic book.

Provando a superare la diatriba linguistica, tuttavia, troviamo un mondo interessante, in cui lo strumento grafico si pone al servizio della storia, una realtà artistica di indiscusso valore – senza bisogno delle conferme provenienti dal grandissimo Spiegleman e dal premio Pulitzer del 1992 ricevuto per Maus: A Survivor’s Tale – in cui il racconto umano si evolve attraverso l’incedere del disegno, pensato e promosso come scrittura, come elemento capace di servire il racconto, utilizzando le parole di Igort, esponente del romanzo grafico italiano premiato nel 2003 alla Fiera di Francoforte (Miglior libro dell’anno).

Una forma di letteratura che non deve mancare del riconoscimento che le spetta, pur non piegandosi a richieste del mercato che intendono imporre una distanza “culturale” che mal si adatta allo spirito del fumetto e dei suoi autori. Citando ancora una volta Spiegleman, il suo ultimo capolavoro post 11 Settembre In the Shadow of No Towers ci regala un racconto profondo, emotivo e puntuale che dimostra come il fumetto in qualità di forma espressiva e comunicativa del presente sia altrettanto valido e degno di riconoscimento rispetto alla pagina di un romanzo non graphic.

Prendendo in prestito una delle riflessioni della Media Education sulla realtà dei media, è tempo di superare universalmente e in ottica trasversale la distinzione tra high culture e low culture, affermando la dignità delle forme del comunicare che meglio ci rappresentano e rappresentano il mondo, siano esse disegni, parole, note musicali, film o cartoni animati.

Il consiglio è di non perdere l’esposizione, occasione di confronto e apprezzamento autentico di una realtà artistica in continua ascesa - anche attraverso l’interesse crescente dei media e il successo ottenuto dalla trasposizione filmica di graphic novels come A Road to Perdition e A History of Violence, di recente sugli schermi cinematografici.

Le nuove forme espressive che si stanno affermando mentre scriviamo, dalla digital art alle nuove forme di trattamento degli oggetti culturali, dovranno, in sintesi, attraversare il medesimo percorso ad ostacoli o potranno contare sul nuovo clima comunicativo e culturale?
a cura di Alessandra Carenzio
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