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Capitolo Quarto: il fumetto si evolve
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Stampa e Dintorni
Storia del fumetto
Capitolo Quarto: il fumetto si evolve
(versione stampabile)
Leggi le puntate 1, 2, 3.

I primi decenni di vita del fumetto lo vedono esprimersi essenzialmente secondo un registro comico-umoristico, che ne decreta il grande successo sui quotidiani di tutto il paese. I tentativi di diversificazione si concretizzano per ora nell’originalità o del singolo autore, se sufficientemente libero, o nell’impatto visivo dei personaggi.

Tra le soluzioni di questo tipo, destinata a durare nel tempo è quella dell’antropomorfismo animale, già sperimentata da Jimmy Swinnerton per Little Bears all’alba della comic strip, e da Herbert Foxwell e colleghi per Tiger Tim (Tigre Tino nell’edizione italiana), strip britannica; tale soluzione consiste non solo nel rendere gli animali protagonisti della vicenda, come aveva fatto, per esempio, il maestro Winsor McCay in un disegno animato sperimentale chiamato Gertie The Dinosaur, primordiale esempio di interattività; ma anche e soprattutto nell’umanizzarli in tutto e per tutto, a cominciare dagli “spartiacque evolutivi” della posizione eretta e del pollice opponente.

Esempio particolarmente significativo di fumetto con animali antropomorfi è certamente quello creato nel 1910 da George Herriman con il suo surreale Krazy Kat, sorta di teatro dell’assurdo a fumetti, in cui un gatto, Krazy Kat appunto, è innamorato (o innamorata: non è mai stato definito se fosse maschio o femmina) di un topo, Ignatz, che sistematicamente, in ogni episodio, lo ricambia colpendolo con un mattone; il che non sortisce altro effetto che rinvigorirne i sentimenti.

A completare il quadro, è un cane, Offissa Pupp, poliziotto, che interviene a difesa del gatto con implacabile regolarità, sbattendo in prigione il topo. Il tutto in un paesaggio quasi lunare, con rare abitazioni e pochi e stilizzati alberi.
Anche in George Herriman, come già nei lavori di Mc Cay, troviamo un’attenzione personalissima alla costruzione della tavola, destinata a influenzare il fumetto nei decenni a venire.

Più popolare è sicuramente il taglio di un’altra strip dei primi decenni del secolo, intitolata a un altro felino: Felix the Cat (Mio Mao), creato nel 1917 da Pat Sullivan per il cinema di animazione, che esordisce sui quotidiani nel 1923.

Felix è considerato l’antesignano dell’animale antropomorfo per eccellenza dei fumetti: Mickey Mouse (Topolino, ovviamente), la più celebre creatura di Walt Disney, anche in questo caso nata per il grande schermo nel 1928 e arrivata al fumetto due anni più tardi per mano degli ottimi Ub Iwerks e Win Smith.

Sempre per la Disney, nel 1934 esordisce Donald Duck (Paperino), affidato invece ad Al Taliaferro. A loro si affiancano, di lì a poco, molti altri personaggi (tra cui è d’obbligo citare l’altro «grande papero» Uncle Scrooge, Zio Paperone) e altri autori validi, tra cui vanno citati almeno Floyd Gottfredson e Carl Barks. In particolare però, la fortuna degli animali all’interno dei comics – e, inevitabilmente, della pur già popolarissima Banda Disney su tutti - arriverà nel secondo dopoguerra.

Ma un’altra e più sostanziale evoluzione interessa il fumetto a cavallo degli anni Venti e Trenta: si inizia ad avvertire l’esigenza di uscire dalla «gabbia» dell’umorismo, da un punto di vista estetico ma anche, se non soprattutto, tematico: tant’è vero che alcune serie, nate strettamente all’interno del genere umoristico, assorbono col trascorrere del tempo elementi avventurosi.

È il caso di Wash Tubbs, striscia a fumetti creata nel 1924 da un nome storico del fumetto statunitense, Roy Crane, che fin da subito inserisce una novità: la continuity, cioè un legame di consequenzialità tra gli episodi della serie, con i personaggi in continua evoluzione. Le caratteristiche «avventurose» della serie si accentuano decisamente quando, nel 1928, a Wash Tubbs si affianca Captain Easy: quest’ultimo, nel giro di quattro anni, diventerà il protagonista della serie.

Ma il caso probabilmente più celebre di questo tipo di percorso si verifica nel 1929 e riguarda una serie di successo come The Thimble Theatre, opera di Elzie Crisler Segar, probabilmente uno dei massimi fumettisti umoristici di ogni tempo, che le aveva dato vita dieci anni prima.

Protagonisti sono inizialmente la filiforme Olive Oyl e lo sfaccendato Ham Gravy, suo fidanzato, cui ben presto si aggiunge il fratello di lei, Castor, piccolo e rompiscatole, che ben presto diventa il personaggio centrale, trasportando gli altri personaggi – in seguito si aggiungono anche Nana e Cole, i genitori – nella ricerca di sistemi per arricchirsi senza fatica.

Il 1929 è, appunto, l’anno della svolta: in maniera piuttosto casuale, in una delle strisce di Segar compare un marinaio guercio, con la pipa in bocca e due possenti avambracci, su un fisico peraltro non molto prestante: è nato Popeye (in Italia più noto come Braccio Di Ferro), che in breve diventa talmente popolare da soppiantare Castor al centro della scena e da far sì che la serie diventi «The Thimble Theatre (scritto piccolo) featuring Popeye The Sailor (questo, scritto in grande)».

Popeye è un protagonista assai differente da Castor: rozzo (parla storpiando quasi tutte le parole), brutale benché coraggioso e onesto, ma soprattutto dotato di una forza spaventosa, notoriamente frutto della sua dieta a base di spinaci.

E quindi Segar, costretto a sua volta ad adeguarsi all’inatteso successo del personaggio, non rinuncia alle sue gag surreali, che anzi probabilmente si moltiplicano; ma le inserisce in trame di più ampio respiro, tipiche del fumetto di avventura più che di quello umoristico.

Accanto alla gag quotidiana, il lettore abituale tiene ora d’occhio anche la vicenda generale in cui essa si inserisce, in cui non manca l’azione e il gusto per il colpo di scena (letteralmente all’ordine del giorno, in una striscia quotidiana). Il tutto inserito in paesaggi neutri che, se per certi versi ricordano quelli di George Herriman, si spingono oltre con la geografia immaginaria costituita dai luoghi di fantasia visitati da Popeye e soci (di fantasia, ma spesso allegorie di certi regimi tirannici sparsi per il mondo o più semplicemente, perché no, di certi malcostumi politici).

Bellissimi sono anche i comprimari creati da Segar, uno per tutti l’indolente ma scaltro J. Wellington Wimpy (da noi Poldo Sbaffini), costantemente impegnato a escogitare sotterfugi per scroccare un pranzo, possibilmente a base di hamburger.

La popolarità di Popeye (che a un certo punto sembra superiore persino a quella di Mickey Mouse) si deve in gran parte alla sua prima serie animata, realizzata dai Fleischer Studios, in cui il cattivo della situazione (in genere l’imponente Bluto, che invece nel fumetto Segar utilizza in una sola storia, «The Eighth Sea») viene sconfitto dopo che il protagonista ha ingurgitato una scatola di spinaci, che lo rendono istantaneamente invincibile.

E questo è uno degli elementi che trasforma Popeye in un fenomeno di portata sociale: la sua popolarità è ormai tale da provocare, negli anni Trenta, un incremento di un terzo nel consumo degli spinaci in tutto il paese; tanto che Crystal City, cittadina del Texas «capitale mondiale degli spinaci» decide, in segno di gratitudine, di erigere una statua in suo onore.

Per tacere degli innumerevoli fast-food e paninoteche a nome Wimpy sparse per tutti gli Stati Uniti. Purtroppo, il successo commerciale degli eroi di Segar ha avuto lo spiacevole effetto collaterale di far passare in secondo piano una delle serie umoristiche più intelligenti e innovative della storia del fumetto. Dopo la scomparsa del maestro nel 1938 i successori di Segar, bravi ma più che altro ottimi disegnatori (è il caso di Bud Sagendorf, già assistente di Segar nonché suo genero), perderanno per strada lo spirito originale della serie, e i personaggi si faranno via via più stereotipati.

Se è vero che serie come le due sopra citate hanno saputo cambiare in corsa alcune delle proprie caratteristiche per meglio adeguarsi al clima di rinnovamento che si respirava nell’industria dei comics alla fine degli anni Venti, altri fumetti nati più a ridosso di quest’epoca si trovano a dover correggere la rotta senza avere alle spalle un background altrettanto solido. Tale operazione ha sicuramente buon esito con Tim Tyler’s Luck (Cino e Franco, popolarissimi anche in Italia) fumetto di Lyman Young del 1928, dapprima umoristico ma ben presto avventuroso, che si adegua non solo per i contenuti ma anche per lo stile del disegno; di tale successo Young deve ringraziare in buona parte i suoi «negri» (così sono detti gli autori che realizzano opere firmate da altri): artisti del calibro Alex Raymond, Charles Flanders e Burne Hogarth.
a cura di Massimiliano Rizzi
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