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Giochi nel mondo
Quando i bambini dimenticano la Play (versione
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L’occasione di parlare di gioco, giocattoli, modi di giocare e di stare insieme ci viene da Ludica, il Festival Italiano del Gioco che si è tenuto nelle giornate del 16-17-18 ottobre a Milano e che ha ospitato nelle prime due sessioni il laboratorio Laboragioco
Il laboratorio ludico-didattico, ideato e condotto da Laura Pollastri e Alessandro Massasso, ci consente di riflettere sul gioco e sulle modalità con cui i bambini organizzano i propri spazi di gioco (spesso troppo domestici), che possiamo concepire in tanti modi: come palestra o cortile dei giochi nella scuola primaria e di secondo grado; come area giochi negli spazi pubblici e nei giardini che i bambini affollano con piacere, aldilà dei tanti limiti che la città e la concezione degli spazi urbani mettono in campo; come spazio di ricreazione nei numerosi centri educativi extra-scolastici che molti dei più piccoli frequentano, dagli oratori ai centri di aggregazione.
Il Laboragioco ben si adatta a tutti questi spazi, come proposta ludico-didattica che mette insieme la dimensione del gioco in senso stretto – utilizzando il gioco e il giocare come cornice delle attività, come strumento di intervento – e dell’apprendimento – legandolo dunque a tutti i contesti educativi, anche quelli formali. Il gioco, per quanto sia concepito come momento di evasione e trasgressione dalle norme che regolano la vita dei bambini, è di per sé strumento di apprendimento perché attraverso il gioco si conosce il mondo, si sperimenta il limite e i propri limiti, si attraversa lo spazio per capirne i confini. Il gioco non è la scuola, non è il lavoro, è divertimento, direbbero alcuni, ma è chiaro come il gioco sia strumento e ambiente nel quale ci si misura con le cose e con le persone, imparando a stare quanto meno nel proprio contesto.
Si tratta, in sintesi, di un modo alternativo di gestire il tempo dei bambini, offrendo loro un’esperienza che diverte, scarica le tensioni, crea socializzazione e che consente (ecco qui che rientra il “didattico”) di imparare qualcosa sul mondo attraverso i “giochi nel mondo” appunto, libro che consigliamo dal quale il Laboragioco prende spunto e che consente di viaggiare, in giro per il mondo, avendo a disposizione tre piccole cose: uno spazio nel quale muoversi, la creatività, l’attenzione e la spontaneità dei bambini. Con queste tre componenti il laboratorio a cui abbiamo assistito ci ha consentito di riflettere sul valore del gioco.
Il primo dato, tratto dalla semplice osservazione del setting e dalla raccolta di qualche nota dai diretti interessati, ci consente di superare uno dei tanti cliché che vede il bambino digitale – nativo, schermato, taggato, iperconnesso – come assorbito dai videogiochi.
Certo, alla domanda “a cosa giochi di solito?” sono tante le manine alzate che citano Playstation, Wii e consolle varie, ma sono altrettanto numerosi gli entusiasmi che i bambini manifestano quando alla Play si associa (non vogliamo sostituire i videogiochi, che consideriamo esperienza educativa) il gioco di movimento, la sfida, il gioco a squadre contrapposte, i salti.
Il secondo dato ci rivela come gli stereotipi che i bambini portano con sé siano, è bene dirlo, altrettanto numerosi, ma questo tipo di confronto “multi-ludico” consente di superarli a piè pari. Molti sono i visi sbigottiti che non sanno elencare i giochi che gli altri bambini nel mondo fanno normalmente, non si riesce proprio a immaginarli.
E invece il libro ne suggerisce tanti, con molte similitudini rispetto ai giochi della tradizione (la corda, le corse a squadra, le rincorse alla caccia di una pezza colorata, la staffetta con le bacchette cinesi) e tanto da imparare sulle possibilità di incontro e conoscenza reciproca. Alla domanda finale “allora, che giochi fanno i bambini nel mondo?” non si contano le voci che compongono un elenco vario, tratto dall’esperienza che hanno fatto in quelle poche ore, portando a casa non solo una bella esperienza, ma anche un modo diverso di concepire il tempo e lo spazio.
Il terzo dato, infine, ci porta direttamente al nodo educativo. Per giocare in maniera creativa servono degli adulti disposti a giocare, a perdere quella distanza che spesso ci fa guardare gli altri mente giocano – pensando magari a quanto vorremmo anche noi travestirci da pirati, saltare su un tappeto elastico e provare la vertigine di essere qualcuno di diverso (la maschera di Caillois).
E gli insegnanti che hanno accompagnato i bambini nel viaggio affascinante attraverso i giochi nel mondo ci sono sembrati contenti di partecipare, entrando non solo simbolicamente nel cerchio del gioco la voce del tamburo, gioco cambogiano nel quale si sviluppa una attenzione auditiva che deve compensare la momentanea cecità dovuta alla benda.
Una bella esperienza, dunque, che consigliamo di replicare in tutti i contesti, per associare alle consolle e agli schermi (domestici e non, vista la portabilità dei media digitali attuali) tanti altri modi di giocare, che non vogliamo definire come unici possibili, ma che spesso i bambini non conoscono perché confinati a casa, lontani dai pericoli della città, ma anche lontani da quel modo tutto infantile di scoprire il mondo attraverso la meraviglia e il gioco. Il libro offre consigli, idee, modi di giocare e rimane, a due anni dalla sua pubblicazione per DeAgostini, un ottimo spunto operativo per lavorare con i bambini, oltre che uno strumento di cittadinanza per riflettere sulle culture e sul tema dell’incontro. |
| a cura di Alessandra Carenzio
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