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I pre-adolescenti italiani e i nuovi media
Ragazzi connessi (versione
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Più volte abbiamo ribadito il ruolo della ricerca come bacino per orientare le pratiche educative, come possibile punto di avvio di attività e progetti che i dati della ricerca ci consegnano su un piatto d’argento. Come dire, le ricerche sono ottime consigliere per attivarsi e trovare idee di fatto interessanti, dal momento che i risultati si fondano sull’analisi e sull’osservazione del reale.
E così abbiamo deciso di insistere su questo semplice modo di intendere studi e ricerche, facilitati dallo stretto rapporto che lega il Cremit, che ha condotto la ricerca per Save the Children Italia, alla voce che il Mediario raccoglie e diffonde via web.
In sintesi, non è per vezzo, né per banalità che ritorniamo a parlare di ricerca e Media Education, ma per amplificare alcune notazioni che ci sembrano decisamente utili per chi lavora nella scuola, nel mondo dell’educazione informale, nelle comunità che con i minori hanno a che fare, senza dimenticare la famiglia come luogo di educazione per eccellenza.
La ricerca Ragazzi connessi, presentata a Roma nel mese di dicembre, può funzionare da spunto secondo due piani. Il primo è di tipo tematico e riguarda proprio il mondo dei pre-adolescenti italiani, campione del lavoro condotto (1373 questionari raccolti), consegnandoci una riflessione che sembra ormai fortemente confermata, non solo dal presente studio: l’accesso alla Rete, l’uso dei cellulari, la presenza nei social network sono sempre meno vincolati all’età, o a una specifica soglia temporale che determina l’accesso in un nuovo spazio pubblico come nei riti di passaggio. Anzi, la soglia temporale – collocata idealmente nella scuola secondaria di secondo grado – ha fatto un deciso passo indietro.
Il secondo piano è di tipo prospettico e conferma quanto da tempo stiamo promuovendo, ovvero una visione meno patologica e patologizzante del rapporto tra minori e Internet in favore di una analisi, certo non sconsiderata e scellerata, che tende a riconoscere il valore dei media digitali come spazio di socializzazione non necessariamente “malato”, ma funzionale al modo di creare relazioni significative che segna il territorio dei ragazzi, anche dei più giovani, nella società attuale.
Gli aspetti su cui riflettere in chiave di progettazione educativa, in parte attesi, riguardano dunque una maggiore presenza dei pre-adolescenti nei social network (il 38,2% dei ragazzi possiede un profilo personale in Msn, ma anche in Habbo e Badù) e nei blog (il 32,4% ha aperto un blog contro il 18% del 2006) e una conferma delle motivazioni d’uso: il 74,4% di chi abitualmente trascorre del tempo dei social network lo fa per mantenere attive le reti sociali abituali, sulla scorta di quanto detto in merito all’uso dei cellulari (si veda l’articolo Essere o non essere connessi), il 72% trova nel blog un modo per divertirsi. Questa sovrapposizione va dunque letta in chiave di conferma, non di noiosa ripetizione, come elemento che a questo punto non lascia spazio a incertezze o tentennamenti da parte di chi lavora a contatto con i ragazzi. “Non ci sono scuse”, sembra gridare la ricerca, assumendo la forma di un novello grillo parlante.
Non significa certo che il quadretto sia idilliaco, le problematiche sono evidentemente presenti, la trasgressione delle norme e l’assunzione di atteggiamenti irresponsabili non vengono certo cancellati solo per il fatto che navigare e inviare sms rappresentino oggi pratiche abituali (non è il contatto e la frequenza che ci rendono media competent o media literate). L’esposizione al rischio, come evidenziato dal professor Rivoltella, dipende dal contesto familiare nel quale i minori si trovano: «quelli più a rischio di problemi, quali ad esempio la vittimizzazione in Internet e l’esposizione o il coinvolgimento attivo nella pedo-pornografia, sono quelli che vivono spesso già in condizioni problematiche dove il riferimento adulto è di norma carente o addirittura assente».
Quali, dunque, le linee di intervento che – come detto in apertura – la ricerca ci consegna? Ne evidenziamo i tratti principali, rimandando gli interessati al report disponibile online nel sito del Cremit, nell’area dedicata ai progetti di ricerca (Connected children – Ragazzi connessi a.a. 2007-2008).
Per la famiglia si tratta di non chiudere gli occhi, ma al contrario di attivarsi per creare le condizioni di dialogo che per il campione raggiunto tramite questionario evidentemente manca, se consideriamo come nel momento del bisogno essi si rivolgano quasi esclusivamente al gruppo dei pari.
Per gli enti e le associazioni che lavorano nel campo della sensibilizzazione per la sicurezza in rete, si tratta di ri-orientare il senso degli interventi e delle azioni intraprese, cambiando le metafore e aggiornando alcuni degli strumenti sino ad ora adottati, perché il rischio che si corre è duplice: utilizzare inutilmente le risorse economiche che messe a disposizione – il nuovo Internet Safety Plan attivato per il quinquennio 2009-2013 ha destinato all’intero programma una cifra che si aggira attorno ai 55.000.000 di euro – e intervenire in maniera poco efficace, come indicato dai referenti di Save the Children (nodo italiano della Rete europea Insafe) nelle conclusione del report: «molti degli scenari che vengono proposti a chi sta crescendo possono essere percepiti come irrealistici e poco credibili e la conseguenza più probabile è che le raccomandazioni non vengano ascoltate».
Un ottimo lancio, quello delle ricerca di cui abbiamo parlato, soprattutto in vista dell’evento Safer Internet Day, che il 10 febbraio metterà insieme più di 120 organizzazioni impegnate nel Programma (la prima edizione è stata organizzata nel 2004).
Speriamo dunque che la proposta di aggiornamento che la realtà dei media e delle appropriazioni richiede venga tradotta in azioni di senso, per trasformare denaro e aspirazioni in consapevolezza, responsabilità e in uso attivo e creativo dei media. |
| a cura di Alessandra Carenzio
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