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Media education come attività professionalizzante
La Terza area (versione
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Avvicinare gli studenti al mondo del lavoro, mettere in relazione scuola e università, orientare alla scelta dei percorsi di formazione: questi i principali obiettivi delle attività che vanno comunemente sotto il nome di Terza area. E la Media Education cosa c’entra?
È la novità introdotta lo scorso anno scolastico dal Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media, all’Informazione e alla Tecnologia (CREMIT) che per l’Università Cattolica organizza, gestisce e coordina già dal 2004 le attività di Terza area in un Istituto professionale di Milano.
Ma facciamo un passo indietro.
L’iniziativa del progetto parte qualche anno fa dalle Regioni, con l’obiettivo di integrare il corso di studi dei bienni post-qualifica degli Istituti professionali con percorsi professionalizzanti di circa 120 ore l’anno. Le attività di Terza area scelte a completamento del curricolo puntano a promuovere la cooperazione tra la scuola secondaria di secondo grado, le imprese e l’università, attraverso la realizzazione di itinerari sperimentali che portano gli studenti del quarto e quinto anno a conoscere una realtà lavorativa strutturata e allo stesso tempo il sistema universitario.
L’orientamento del gruppo di lavoro Cremit si focalizza sul corso di laurea in Scienze dei processi formativi, pensando il percorso degli alunni in funzione della conoscenza del mondo della formazione, delle sue figure professionali, dei suoi strumenti di intervento. Ogni modulo viene suddiviso tra lezioni da frequentare presso l’università con gli studenti universitari, docenze e laboratori presso la scuola. Tra questi è stato introdotto l’anno scorso il laboratorio di Media Education, come percorso di riflessione critica e di produzione creativa.
A partire dall’analisi del consumo mediale dei ragazzi e dal confronto sulle loro abitudini quotidiane di utilizzo dei media, la classe è portata a riflettere sulla specificità dei diversi mezzi di comunicazione e sulla loro capacità di veicolare messaggi. Il risultato di questa riflessione può essere la produzione di un programma radio, la costruzione di un racconto per immagini digitali, la creazione di un video.
Per i ragazzi non è immediato capire lo scopo del percorso formativo. Spesso il loro indirizzo di studi li prepara all’inserimento in realtà lavorative che apparentemente non hanno nulla a che vedere con l’uso dei media o con la produzione creativa. Ciò che però dà valore professionalizzante a questa attività è proprio la sua possibile applicazione ai diversi contesti di lavoro.
La Media Education, di fatto, non è solo uso dei media come supporto e come strumento, ma consiste in una chiave di lettura, applicabile a tutti i contesti di formazione, così come a quelli aziendali. Nel primo caso – e quindi per l’indirizzo professionale di tecnico dei servizi sociali – i media sono l’ambito ideale per le attività con i bambini, con i disabili o con gli anziani.
Nel caso della specializzazione aziendale, l’educazione ai media diventa invece in primo luogo educazione alla comunicazione, ovvero comprensione delle specificità dei diversi mezzi di comunicazione, attenzione alla veridicità delle informazioni, capacità di selezionare, cercare, applicare i criteri adeguati al contesto comunicativo.
Spiegati ai ragazzi attraverso la pratica, questi aspetti si rivelano in tutta la loro completezza. Ed è nuovamente chiaro che in qualsiasi contesto lavorativo contemporaneo sono aspetti che non si possono più ignorare, e che l’educazione è ormai Media-Educazione. |
| Magda Pischetola
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