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Pirateria mediatica
Il valore lavoro
(versione stampabile)
Si discute spesso della pirateria mediatica, dagli album musicali scaricati dalla rete con E-Mule, alle cause giudiziarie delle multinazionali della distribuzione videoludica; dai file in formato torrent di film e serie televisive “condivise” da diverse community on-line, alle pubblicità progresso contro la pirateria cinematografica proiettate prima dell’inizio di un film in DVD o da Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli.

Si discute, ma non mi sembra di aver mai sentito parlare di cosa significa realmente “non pagare per avere”. Su questo concetto mi vorrei soffermare, affrontando la questione sotto l’aspetto socio-valoriale dell’affermazione e, in quanto tale, sugli obiettivi educativi di un educatore contemporaneo (genitore, professore, educatore professionale, animatore ecc. ecc.) di fronte alla dilagante tendenza del mondo giovanile di operare quotidianamente download gratuiti di vari file audiovisivi senza porsi il problema di chi ha prodotto quella musica, quel videogioco o quel film e di percepire o reputare “normale” quello che si sta facendo.


Entro al Centro Giovani in cui lavoro come educatore in un pomeriggio grigio, tipico della Bassa Padana. Solito clima di ilarità diffusa. Si comincia a parlare del fatto che uno dei ragazzi deve masterizzare un DVD, copia di un gioco “sbloccato” per Playstation 2. Chiedo se quindi è in possesso di una console con “modifica”. Risponde di sì. Sono un educatore che lavora per una cooperativa sociale e per un ente comunale e non posso permettere di far copie illegali di un DVD con uno dei PC in dotazione al CAG. Qui si pone un problema pratico: fare qualcosa di illegale in un luogo pubblico. Ma il discorso va ben oltre al semplice episodio ed è un problema educativo che dovrebbe toccare anche la madre che è in cucina mentre il figlio in sala scarica illegalmente l’ultimo film della Paramount in circolazione nelle sale cinematografiche italiane.

Intanto bisogna capire perché un ragazzo fa questo. Io mi fermo spesso coi ragazzi e la risposta è sempre la stessa: “Lo faccio perché è gratis”. E poi si aggiunge: “Lo fanno tutti”. Io rispondo in maniera inattesa ai ragazzi: “Tuo padre lavora? Ha uno stipendio? Sai perché prende uno stipendio? Perché produce qualcosa: oggetti o servizi. E la musica chi la produce? Chi lavora per fare la musica? Chi lavora per fare un film o un cartone animato? Pensi che i film cadano dal Cielo? O meglio, credi che i film e la musica girino liberi nella rete e noi li catturiamo attraverso E-Mule?”.

In questo modo intendo affrontare il concetto di “non pagare per avere”: parlo di consapevolezza civica-economica dell’individuo, del proprio ruolo di consumatore. Le espressioni dei ragazzi sono spesso sbigottite: mai nessuno si era posto il problema lavorativo sottostante al prodotto audiovisivo. E toccare la questione dello stipendio dei genitori è sicuramente uno strumento retorico ad effetto. Ma il dato allarmante della questione non è dato tanto dall’ignoranza (“ignorare” nel senso proprio del termine e non in accezione spregiativa), bensì dal fatto che l’unico fattore di scelta di ciò che stanno facendo è tra il pagarlo e il non pagarlo.

Mi spiego meglio. Il pubblico del download illegale è vastissimo, non ci sono solo i teen ager, ma anche gli adulti, donne, uomini, studenti universitari, metalmeccanici, medici e chi più ne ha più ne metta. In pratica tutti. Conosco gente che compie una scelta e spiega il proprio gesto come un atto di ribellione nei confronti delle case di distribuzione ultramiliardarie, le famose major Warner, Emi, Sony e Universal. Questa è già una scelta complessa, siamo di fronte a una certa consapevolezza civica di ciò che serve per fare musica, di chi guadagna, di chi lavora per produrla e di una propria posizione di consumatore.

A un diverso grado si può parlare di consapevolezza anche della “filosofia” del file sharing alla base dei file torrent scaricabili da siti peer to peer. Su questi siti si creano community di persone convinte del fatto che la condivisione (lo sharing) sia ”il” nuovo modo di distribuire musica, in quanto nessuno si può permettere di porre dei limiti di proprietà all’arte: l’arte è di tutti. Senza entrare nel dettaglio di questo discorso, in ogni caso ci rendiamo conto che anche qui si compie una scelta. Certamente però tra le persone peer to peer ce ne sono molte che ignorano questo concetto filosofico sottostante, tra cui le giovani generazioni di cui stiamo parlando. I ragazzi per lo più “scaricano” come se fosse un loro diritto non pagare per avere, come se fosse normale digitare “Safari Jovanotti torrent” in Google, ricercare on line il file e poi metterlo sul lettore mp3.

I ragazzi credono che la musica e il cinema siano rappresentati da Madonna, Laura Pausini, Tom Cruise &Co; questi giovani sono di fronte al mito e pensano che il mito vive là in alto tra le montagne di soldi dell’Olimpo moderno e che sia lui, il mito, a produrre il fantomatico album o film. Questa prospettiva è pericolosa, in quanto non si pensa ai carpentieri e muratori che lavorano sui set cinematografici, non si pensa all’industria musicale formata da fonici, produttori, distributori e soprattutto da musicisti emergenti, non si pensa al valore sottostante il prezzo di un CD o un DVD risalente al lavoro di chi l’ha prodotto.

Obiettivo educativo principale diventa quello di far scoprire ai ragazzi quali sono i lavori “nascosti” dietro alla produzione di un CD, chi è un fonico, chi è un chitarrista, chi è un produttore ecc. ecc. e cosa fanno queste figure professionali in questa catena. Capire quanti pochi soldi arrivino realmente al musicista e quanti ne vengano spesi per campagne pubblicitarie internazionali è un altro aspetto interessante che può ampliare lo spettro di conoscenze dell’individuo per una maggiore consapevolezza nel consumo mediatico.

Lo stesso vale per il cinema, i videogiochi, i film in computer grafica e la musica elettronica e gli strumenti educativi possono essere tra i più svariati: dalla ricerca su internet alla visione dei contenuti speciali nel DVD di Batman Begins, dall’ascolto ragionato di brani si musica con lo scopo di riconoscere gli strumenti suonati in esso all’analisi dei trailer iniziali di Tropic Thunder. Perché? Perché in un mondo in cui la gente scarica e non paga, i primi a rimetterci non sono Tom Cruise &Co, ma “noi comuni mortali”, i gruppi di musicisti emergenti che non trovano più canali attraverso i quali esibirsi dal vivo e si rifugiano nelle community di MySpace, gli sceneggiatori di Hollywood, malpagati e maltrattati, le case di produzione indipendenti.

Ci rimettono i nostri figli e i figli dei nostri figli, perché il lavoro dell’artista perde di valore e lo si relega nell’ambito del mito e non dell’arte come lavoro fatto dall’uomo, cosicchè gli unici canali per entrare nell’Olimpo dei miti della contemporaneità sono i vari Grande Fratello, Amici di Maria de Filippi, X Factor ecc. ecc. C’è il rischio che i sogni dei ragazzi più giovani siano minati da falsi miti, o per dirla meglio, da erronee concezioni del mito.

Come educatori dobbiamo dare ai nostri ragazzi la possibilità di sognare in maniera corretta. Come ha detto Bono degli U2 nella canzone Acrobat del 1991, “in dreams begin responsibilities” (nei sogni cominciano le responsabilità) ed è da queste responsabilità che dobbiamo partire come figure di riferimento per le giovani generazioni. In un periodo di crisi economica e valoriale come il nostro, le risposte vengono dalla capacità di saper rimettere in discussione ciò che era dato per assodato, di saper sognare in un nuovo modo, con una maggiore consapevolezza di ciò che l’uomo fa e di ciò che l’uomo è.

In un periodo come il nostro è giusto sapere che il lavoro è un valore, è uno dei principi cardine dell’umanità e le mitologie dipendono anche dalla concezione che si ha di esso. Rimettere in discussione quello che guadagnano attori, registi, produttori e distributori non si traduce nel gesto di non pagare un prodotto, ma nella voglia di vedere ridistribuite le cifre che paghiamo quando compriamo, cioè nella voglia di ridimensionare un mito.

Significa diventare consapevoli di ciò che consumiamo quando guardiamo un film o ascoltiamo una canzone. “Non pagare per avere” significa mancare di rispetto per il lavoro necessario per fare l’arte. Noi educatori dobbiamo trasmettere alle giovani generazioni la consapevolezza del lavoro, tra cui quello artistico.

Solo se sono consapevole di cosa significa produrre un file audiovisivo posso anche immaginare nuovi modi di distribuirlo, venderlo, consumarlo. Solo se sono consapevole posso concretamente mettere in discussione la gestione politica ed economica attuale. Solo se sono consapevole posso permettermi la responsabilità di sognare di cambiare il mondo.
Luigi Cirelli
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